lunedì 28 novembre 2016

La preparazione della vigilia..

L'ospitalità, per i vecchi, era una cosa sacra. Non si poteva ricevere il Natale senza Ceppo. Non c'era tempo da perdere; si andava sulla lòbia (solaio), si prendeva il ciocco più anziano, quello che era lì a stagionare da almeno cinque anni, pronto per essere bruciato. Stando nel sottotetto si era un po' inumidito: bisognava perciò portarlo giù e collocarlo vicino al focolare, per lasciarlo seccare bene.
Se ad una finestra mancava un vetro ed entrava il freddo, occorreva mettervi rimedio. Per un vetro nuovo ci volevano ben trenta centesimi, poca cosa per dei signori, ma troppi per chi non ne ha. Si rimediava allora con un pezzo di carta dei bachi da seta, impastata con farina di segala inumidita.
Col martello, la tenaglia, qualche vite ed un po di olio si rimetteva in funzione l'uscio di casa. La massaia lucidava il rame, che splendeva come oro appeso al muro della cucina. Le ragnatele venivano spazzate dagli angoli a colpi di scopa. Gli ultimi "schitabögi" venivano stanati dai loro nascondigli inaccessibili, mentre i ragazzi si indaffaravano a spazzare il cortile.
In un angolo della cucina, a circa due metri da terra, era pronto il Presepio col Bambino sulla culla di paglia. Mentre il Bambino era di gesso, le altre figure erano di cartone, e quale lusso fu quando, col passare degli anni e col migliorare della situazione economica, la famiglia poteva permettersi nuove statue di gesso. Chi avesse avuto l'accortezza di conservarle, avrà ora un tesoro di pregio e di grande valore storico. Come base si usava uno strato di "teppa" verde, raccolta pazientemente sulle scarpate della ferrovia.
Il prete, passato per le benedizione della casa, la doveva trovare in ordine.
La sera della vigilia, in casa del nonno, si mangiavano i "sbauèi" (frittelle).
Dopo il pasto si recitava il rosario, altra abitudine perduta ai nostri giorni e che, al di là della fede (che se c'è, c'è, e se non c'è non c'è !), recitare il Rosario rappresentava un momento di (diremmo oggi) relax ! Poi, il nonno (il regiù) comunicava il programma del giorno seguente che, come per tutte le società contadine, era sostanzialmente immutabile.

...a NATALE...

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Finalmente giungeva il mattino. In un attimo erano tutti vestiti; poi si creava una gran confusione, mentre ognuno cercava i propri doni. Solo il nonno interveniva a rimettere un po' di ordine.
Per mano, a due a due, si andava in chiesa, a sentire le prime tre messe, col suono della "piva".
Finita la triplice messa, il "regiù" rimetteva tutti in fila e li conduceva a bere la grappa che usciva ancora calda dal "lambiccu", essendo stata preparata proprio per quella mattina. Lui ne beveva uno da solo, i ragazzi ne avevano uno ogni tre ed ai più piccoli se ne dava una sola goccia. Poi tutti a casa.
La colazione era data dalla zuppa.
Ma sul pranzo di Natale rimandiamo alla trascrizione dello scritto di Carlo Azzimonti Nel pomeriggio (mèzabasùa), col nonno si faceva il giro dei presepi di tutte le chiese, e di commenti erano in genere animati.
Alla sera si stava tutti attorno al camino, fatto di fuoco vivo della paglia o delle foglie e tutoli di granturco (scaròn). Fattasi una buona brace, ci si metteva il famoso "sciòcu" preparato nei giorni precedenti.
Dal ceppo ardente si sprigionavano fiammelle di vari colori. Quelle rosse erano di Lucifero, quelle verdi di Brindinello, quelle violette di Sbarbatello: i tre più famosi diavoli dell'inferno ! Seguiva un ultimo rosario e poi si andava tutti a letto. Nella vita del tempo c'era molto più spazio per la fantasia, il sentimento e per le piccole come per le grandi cose. Bastava un camino a riunire una famiglia, laddove oggi nemmeno vi riesce un ordine del Giudice. Era sufficiente una storia lunga ed affascinante, al termine della quale a nessuno importava dove albergasse la verità e dove la fantasia, mentre oggi occorre discernere con cura e fornire spiegazioni scientifiche dettagliate ad ogni cosa.
In casa vi era una figura che faceva da perno e metteva tutti al loro posto. Oggi si litiga per qualsiasi dettaglio che non si condivide.
Ho già scritto che non condivido per nulla la smancevole teoria secondo la quale "una volta era sempre meglio". Però certamente una volta c'era qualcosa di buono che oggi non c'è più, che abbiamo perso, sprecando in una generazione o due ciò che di buono era stato costruito in secoli di saggezza maturata nella vita durissima.
(Spunto tratto da: Scampoli di Storia Bustocco)

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